Lo Studente di Medicina.

«Dio come sei veniale, lo capisci che io devo salvare vita, miga…». Zipzipzipzip impacchettato nei nastri del non-contare-un-cazzo. «Esci stasera? Ma ti rendi conto che fra due mesi ho l’Esame?» zipzipzipzip.

Lo Studente di Medicina, lo Studente, per antonomasia, l’unico, quello che può dire «ma perché, esistono altre facoltà oltre Medicina?». Nella Cagliari della Crisi, quando anche le professioni trainanti delle élite locali non danno più spazio, quando anche una laurea del Viale vale quanto una laurea in Lettere qualsiasi, c’è solo un posto dove andare se si vuole pensare al futuro: Medicina. È la risposta definitiva alla Domanda: ma quindi cosa farai dopo la laurea? È un’iscrizione di quelle che toglie le castagne dal fuoco e poi fa status e quindi è il barattolo di marmellata lasciato sopra la credenza che i giovani cagliaritani guardano con le lacrime e la bava, con l’altezza che prende i contorni definiti dell’esame di sbarramento.

Fra tutte le figure universitarie, qui a UniCa, quella dello Studente di Medicina è la più riconoscibile. Sì c’è una quota di dissidenti, c’è l’individualità ecc., ma lasciateci stereotipare: oppure vogliamo arrivare a dire che c’è anche qualche francese simpatico? Impegnato a studiare malanni e rimedi a questi ignora il male, il morbo, che  ha dentro: la sindrome di Dio. C’è poi lo status, l’effetto barattolo, l’essere consapevoli di essere in una posizione non semplicemente ambita, ma desiderata. Sarà la Crisi, sarà l’apprensione dei genitori, sarà la rivoltante quantità di telefilm del genere (noi snob di mondogaggio ne riconosciamo solo uno: Scrubs), ma andare in medicina è diventato il sogno di una fetta di cagliaritani dai 19 ai 30 (sic) anni, un sogno paragonabile a quello di una dodicenne random di limonarsi uno dei One Direction. E se poi sei dentro è come se il ciuffone in questione ti abbia messo una mano dentro le mutandine. Quindi sì, ottenuto il premio ecco emergere la sindrome: salverò vite, sono il Dr House, sarò notabilato.

Lo status è tutto. È quello che permette di vagare per le altre biblioteche e portarsi dietro le trasse della cittadella, tipo ripetere a voce alta, con gli altri, Loro, i non-medici, che ti guardano come un alieno. È quello che porta al gergo: hai dato GEM? Ma quella dei cartoni? Ragazzi devo dare isto—, macro—, cardio—. La conquista dello Status vale la perdita, consapevole, voluta, della vita sociale e perfino della mondanità. Chi conosce lo Studente sa che lui Vuole non uscire il sabato a due mesi dall’esame, è l’essere sopra che lo impone, il poterlo dire.

Avere questo, essere ammessi vale tutto il contorno: Dictatum Discere, anni parcheggiati in Farmacia, lezioni private, estati rovinate per raggiungere la quota minima, superare lo sbarramento: aprire il barattolo e inzuppare le mani nella marmellata. C’è chi passa 2-3 anni nel purgatorio del tenterò-il-test, poi quando entra se la tira un casino. «Dio, sono dentro. Tu che cazzo studi? Ma non farmi ridere». Le lotte per le sbobinature: devi sborniare la lezione di ieri… muoviti, ci serve! C’è chi ci entra a trent’anni, oppure oltre e non si sente neanche fuori posto fra ventenni ormonali, perché poi sa che ci sarà il Lavoro. E chi arriva dal Paesino magari con l’aspirazione di essere medico generico a Olzai e poi viene però mangiato vivo dal morbo e sogna operazioni a cuore aperto.

Ecco sì, i sogni. C’è chi sogna trapianti, miracolose cure da tumori, nottate in ospedale e chi si limita a chiedere a questo maledetto d’Inverno di finire in fretta le sue pratiche, ché con la Sardegna non s’è mai sposato bene.

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