mondogaggio, ma chi è?

Una volta mi è stato fatto notare che scrivo le cose e poi non mi firmo. Sarà che siamo cresciuti con internet 1.0, quando era molto più democratico e tu eri solo un nick e perciò valutato per ciò che facevi e non per il tuo nome (e annessi), sarà che siamo un po’ snob, ma mi sembra una cosa inutile. Ho visto comunque diverse persone chiedersi chi sia mondogaggio. Sono andato alla scuola di Tom Wolfe, Bill Bryson, Giovannino Guareschi, Douglas Adams e Gianni Brera e penso che Lombroso sia stato frainteso. C’è tutto un decennio e anche più, una generazione (se le generazioni valgono ancora 15 anni), quella degli anni ’80 forse con una coda davanti e dietro. Chi ricorda il millennium bug e ancora qualche telefono con la rotella, ma che il cellulare lo ha avuto molto dopo la cresima. Chi la parola crisi l’ha sentita per la prima volta a una lezione di storia della quinta superiore. Lasciamo perdere il chi, quindi, e dato che il perché l’abbiamo già detto: che cosa è mondogaggio?

Alcuni lo prendono come una sorta di rivincita degli esclusi, un’aspra critica dell’alta società, un mettere alla berlina quegli stronzi che si credono così toghi. No, no, no. Sì, da buoni cagliaritani ci lamentiamo. Forse perché sappiamo che le cose potrebbero andare peggio, ma anche meglio e quindi perché accontentarsi? Non è giusto lamentarsi per un mondo migliore? Quando ho scritto Gaggiopoli immaginavo un mondo in cui i gaggi venivano deportati. Non me lo auguravo, era una boutade. Ora non condanno nessuno, neppure la CCC, mi limito a descrivere, parzialmente, ma tant’è. In mezzo, in fondo, ci siamo tutti, seppure è un’altra prerogativa degli abitanti di questa città quella di credersi sempre un passo avanti agli altri. Penso inoltre che si possa parlare di Cagliari scrivendo bene e non limitandosi a usare qualche gheshtone sono (e quando ci riuniamo per decidere se una cosa è scritta bene ci concediamo il dono della verità assoluta), e comunque non si può farlo escludendo mamìche. E poi penso che, con Prezzolini, siamo in diritto di non bercela e andare dietro a sogni (?) di autarchia e primati del mondo che-tutti-ci-invidiano. Da quegli anni ’80 a oggi Cagliari l’ho vista nelle sue tante forme: dalle palazzine al palazzo, dai bassifondi della palestra alle — ahimè — sedi dell’alta cultura.

Poi c’è quella roba lì, che sta sui colli a dimostrare che una città può uscire benissimo anche se quelli non finiscono in -ino. Che imprime il suo indelebile marchio nel passo casteddaio, piedi alle 10:10, gambe un po’ flesse, forgiato dalle salite alla ricerca di un punto più alto da scalare. Una roba che ama farsi guardare e si concede da più punti e ognuno ha il suo panorama preferito, e certe volte ha un cielo così celeste che fa male al cuore. Quel pezzo di terra lì che uno ama così tanto che lo critica come critica la mamma. E poi subito sulla difensiva, pronti a mostrare ai forestieri che non potevano perderselo, proprio no. Dove si sentono cose come «eia, ci vediamo alle 11, vieni già cenato», oppure «mì che non era cosa buona». Non riesco a non scrivere di questo posto, più a uso mio che degli altri e anche nella speranza che l’incauto turista lasci perdere la guida dell’edicola dell’aeroporto e venga qui a chiedersi: ma com’è Cagliari? un po’ come cerca New York nei libri di Wolfe, o l’Inghilterra in quelli di Bryson, più che nella guida del National Geographic.

2 pensieri su “mondogaggio, ma chi è?

  1. si veramente, il primo telefonino (un nokia 3310, stranamente 😉 ) me l’hanno regalato per la cresima…ora già a 9 anni regalano l’iphone

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