Via, via da qui.

Di vivere in Italia si può morire. E quindi in Sardegna perché Italia è, checché ne dica qualche sito in fregola di sensazionalismi. Con la coscienza pulita da qualsiasi punta di nazionalismo, l’Italia non è, agli occhi del mondo, la terra di scarsa credibilità che alcuni giornali europei ogni tanto dipingono. B. o non B., Italia per stranieri e italiani richiama così tante cose che sono pochi quelli non disposti ad innamorarsene. Da Mark Twain del vedi Napoli e poi muori, al Dean Martin del so meet me at the plaza, near your casa, vivere in Italia, stare in Italia, è il sogno di chi in Italia non c’è. Vale per Roma,  per Firenze, per Torino, per Bologna e vale per la Sardegna. Chi non si è mai sentito dire «quanto vorrei vivere in Sardegna», «quanto sei fortunato»? Si può amare qualcosa eppure capire il momento nel quale quell’amore ci sta facendo male. Si può amare e venire respinti, e quando si ama una terra si può amare e sentirsi respinti. Di vivere in Italia si può morire, come di troppo amare.

Più volte mi è stato rimproverato che nei momenti difficili ci si rimbocca le maniche e si combatte; resta in Italia perché serve una mano per cambiare le cose. Non andare via perché sarebbe arrenderti. Non scavarti la tua nicchia, ma fai politica, nel senso etimologico del termine. Quando vivi in Italia, però, arrivi a chiederti cosa valga la pena di fare, per quale causa valga la pena di morire. Illustri italiani, innamorati del loro paese, si sono ritirati nelle loro torri e da lì si sono limitati a osservare, perché credere non basta e spesso non funziona. Vale davvero la pena di restare? Quando il tuo ambiente, ciò che vedi intorno, il tuo governo, le persone che sono nella posizione di provare a cambiare le cose, da rettori a direttori, ti invitano, velatamente quando non esplicitamente ad andare via? In un mondo in cui si è giovani fino ai 40, vale la pena di spenderli tutti quegli anni, fino ai 40, a guardare e provare disgusto e ripetersi che ce la farai e che forse magari cambierai anche le cose? Perché se vuoi fare il giornalista — e non è il mio caso, faccio solo un esempio perché ho sentito personalmente queste parole — devi restare in un paese nel quale il direttore di un giornale ti dice che se vuoi fare il giornalista devi demordere? Si può davvero demordere, rassegnarsi e restare? Dicevamo: ne vale la pena?

C’è un paradosso meno celebre di quello di Achille e della Tartaruga, ma abbastanza significativo. Le cifre non sono esatte, non le ricordo, prendete per buono il messaggio, non gli zeri. L’80% degli italiani pensa che i suoi connazionali siano fortemente influenzati, nelle loro scelte politiche, dalla TV. Solo il 30%, però, pensa che la TV influenzi le proprie scelte politiche. Nello scrivere queste parole il dubbio sopravviene: sono davvero un cervello che vuole scappare per non appassire, oppure sono semplicemente un cervello mediocre che non si realizza perché è mediocre e allora si racconta la favola del Paese ostile che lo disprezza? C’è tanta di quella gente così, perché non dovrei esserlo io. Una certezza però la ho, ed è quella di sentirmi inadeguato, inutile, che la colpa sia mia o dell’Italia poco importa.

Si diceva del cambiare le cose. Non penso si possa nel Paese del gattopardo, dei furbi e dei fessi, che della furbizia fa culto. Sì, è vero, la colpa dei fessi è loro, ovvero quella di essere fessi. Eppure credo che non si possa stare in Italia e fare una vita soddisfacente senza essere furbi. Lo fanno gli altri perché non dovrei farlo io, è la filosofia che guida questo posto. Tutti tengono famiglia e un figlio non puoi mica lasciarlo sulla strada. Quindi piazziamolo nel nostro dipartimento e pubblicamente però diciamo che le fughe dei cervelli fanno male al Paese. Chissà perché fuggono, questi stronzi di cervelli. A restare qui, mi sembra, che si viva nel paese dell’avrei-potuto. Avrei potuto fare questo e quest’altro. È meglio dirselo in Italia, dopo una vita di frustrazione, oppure è meglio dirselo all’estero, cioè dirsi avrei potuto farlo in Italia, ma l’ho fatto in Canada?

Disincanto, disillusione, chiamatelo come volete. È difficile non caderci però, in Italia, quando anche i giovani che sono nella tua stessa condizione cominciano a difendere il sistema che dovrebbero combattere. Devi farti furbo ti dicono: e come fai allora a non disilluderti? Quando nelle facce dei giovani vedi dei baroni in essere, gli ingranaggi del sistema che è così e che andrà sempre così, perché così ti dicono loro, probabilmente non hai più via d’uscita. Fatti furbo, ti dicono. Però è come l’onesto eunuco: sì, vedi la possibilità di realizzarti in qualche modo, se ti fai furbo, ma se furbo non vuoi essere è proprio la sciagura dell’esser senza cazzo.

Via, via da qui, allora. Per essere lontani, emigrati e da lontano vedere l’Italia, e la Sardegna, per la sua bellezza, da stranieri e innamorarsene ancora perdutamente. Sognare di tornarci, ogni anno, dagli affetti personali e dai luoghi cari e sorridere degli odori e dei sapori conosciuti, del maestrale che spazza le nuvole e del sole per un mese di fila, con le nuvole che neanche osano disturbare. I fiori a maggio che arrivano al mare, la calca dei sabati prima di Natale in centro, il primo bagno al mare, quelle notti d’estate che fa tanto caldo da lasciare la sagoma nel letto, l’odore dei caminetti al primo freddo, la vista dal bastione di S. Croce e poi altro e altro ancora.

2 pensieri su “Via, via da qui.

  1. Quello che scrivi e’ cosi’ vero che fa male. E’ la domanda che non ho mai smesso di pormi: piu’ coraggioso restare o partire? E sono partita, e sono tornata, e sono ripartita (buttando via casa, lavoro e tutto quello che avevo costruito) e sono ritornata a Cagliari. Ma alla fine rimanere non sembra mai una possibilita’ concreta e cosi’ si riparte di nuovo. E ad ogni partenza c’e’ un pochino piu’ di rabbia. Ma non si puo’ fare altrimenti, perche’ e’ solo vivendo all’estero che riesco a fare il lavoro per il quale sono specializzata e per il quale vengo rispettata. E pagata adeguatamente. Solo vivendo all’estero riesco ad avere lo spazio mentale (libero dalle innumerevoli lotte quotidiane per la sopravvivenza spicciola) per essere generosa con il mio tempo e pensare agli altri, e tornare a Cagliari ogni anno e godermi da turista la piazzetta, e il bastioncino e vico terzo, dove sono nata. Perche’ let’s admit it, e’ come con la tua famiglia: puoi avere dei genitori o dei figli drogati, delinquenti, stronzi, ma sono la tua famiglia, e tu non puoi fare a meno di amarli, con tutto il rancore di cui sei capace.

  2. Cacchio Mauri, questa era pesante. pugnalate al cuore!
    … Premettendo che non ho ancora cominciato a cercare lavoro, quindi non voglio esprimermi per sentito dire… la mia idea da viaggiatrice del mondo sarebbe di tornare, di utilizzare le competenze acquisite per migliorare la mia bella isoletta… Anche se questo sono conscia significherà essere pagata di meno etc… Sono un’illusa forse? Mah non lo so, ne riparliamo tra un’anno… almeno ci voglio provare!

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