Ma perché poi lo chiamano acquario?

Salgono le scale e già parlano come se fossero in strada. Tirano dritti perché per loro è normale, quindi non devono badare proprio a un bel nulla. Arrivano al tavolo e si siedono e continuano a parlare come se fossero all’aperto e non si guardano intorno perché non devono badare proprio a un bel nulla. Tutti li guardano come gli appestati, però. Uno intona anche il ritornello di una canzone, buon Dio quanto è naturale come lo fa. E tutti, ma proprio tutti li guardano e poi si guardano a vicenda e poi ridono. Un po’ come ridi quando guardi Vasco, in via Is Mirrionis che attraversa alzando i pugni al cielo. Non succede proprio nulla, quelli che continuano, nun je ne frega gnente, come dice il garzone panettiere.

SHHHHHHHHHH!

Ecco che si svegliano dal torpore, che realizzano. Anzi, cancelliamo la prima fase: ecco che il dubbio, maledetto dubbio, si insinua dentro di loro. Non è che sto facendo una cazzata? Scusa, dice quello che cantava. E poi il giorno dopo non torna più.

A proposito di dubbi, avete presente il paradosso del chi controlla i controllori? Basta non metterceli i controllori e viva l’autogoverno. Quindi all’ingresso c’è la cazzutissima bibliotecaria che se sgarri con la data di rientro dei libri ti cazzia. E, attenzione, fa davvero bene e il Signore ce la preservi. Solo che del servizio di prestito frega poco, dato che a pochi servono i libri di quella biblioteca. Perché cosa te ne fai dei Sepolcri se studi medicina o di Buzzati se fai l’ingegnere? Sì, qualcosa dovresti fartene, ma lo dici solo perché non sei medico, o ingegnere. È tutto un migrare, come i fenicotteri che si fermano a metà strada. L’ingegnere ci è arrivato per la ragione che tutti comprendiamo, gli architetti perché si può lavorare in gruppi, come ci arrivino gli studenti di medicina è ancora un mistero. Manca perciò anche il cartello, minacciosissimo che sta alle biblioteche come la legge è uguale per tutti sta ai tribunali: è severamente vietato sottolineare i libri. Sì, però è severamente vietato anche pomiciare. Forse fa parte dell’ambiente, come i ragazzi del nostro incipit: ti dimentichi di dove sei e ti lasci trascinare. State pomiciando in piedi, davanti a tutti, però, per Dio!

Quindi ci chiedevamo perché lo chiamano acquario. Le spiegazioni si sprecano, ma la precisione no, appunto perché non è roba da umanisti. Alcuni dicono che è per le finestre che sembrano quelle di un acquario, altri perché ci sono le balconate per guardare giù, altri perché «si getta lenza». C’è poi quel momento della giornata in cui, stanchi del tanto studiare, c’è chi si ferma e si guarda semplicemente intorno. Come si fa al mare. Pochi sanno, però, che prima la sala grande era allagata e la biblioteca era quella che ora è la sala riviste e non ci andava quasi nessuno.

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