Dal paesino a UniCa.

Il fatto che Cagliari sia piccola, su un’isola e con un’università non troppo rinomata, fa sì che gli studenti fuori sede arrivino per un 99% dai paesi della Sardegna e non da altre parti d’Italia. Tutto ciò, nonostante abbia un nome veramente bello, ovvero Unica, che suona molto meglio non solo di Uniss, ma anche di Unifi.

Seppure non parliamo di metropoli, il vivere sociale cagliaritano ha delle regole che s’imparano con gli anni. Ad esempio, non guardare certe persone in certi posti, cosa che hanno imparato loro malgrado alcuni studenti — fuori sede, ovviamente — alla mensa di via Premuda. L’immagine è ben chiara a tutti, l’androne di una facoltà, un giorno di ottobre che sembra ancora estate e il cielo è avaro di nuvole ma tu non sei a Chia, una massa di studenti spaesati, disorientati anzi, dato che c’è il servizio orientamento per curarli. Varcano le porte e quelli del paese sai già chi sono. Li riconosci dall’abbigliamento, non perché qui si porti avanti il luogo comune che oltre Selargius siano tutti pastori, ma perché quelle scarpe, quel pantalone o quella gonna, quella maglietta dicono più di una presentazione. Non si tratta di ricondurre i singoli capi al singolo negozio (tipo lo store grandi marche di Villamar), ma di conoscere quali scarpe è lecito indossare e quali no, come si mettono i pantaloni (vita, risvolti e tutto il resto), come si pettinano i capelli. Sì, la TV c’è anche a Ballao, ma i miti del piccolo schermo lasciano il tempo che trovano. Non ce ne frega niente se quel taglio lo ha Borriello. È abbastanza cool fra via Manno e via Garibaldi. Le scarpe da battona della Minetti vanno bene per la serata al CoCò?

E quindi lì, li riconosci. Un ragazzo di Iglesias da poco mi ha detto che ha sempre fatto il nodo alle scarpe. Ci credereste? Sì, questa del nodo è un po’ una fissa. Ma dire che nodo era uguale a jollone nella Cagliari di questo inizio di secolo non è dire un eufemismo, ma una sacrosanta verità. L’aspetto non c’interessa, o meglio potrebbe, tipo una versione sarda delle malvestite, ma non qui e non ora. Quello che conta sono le relazioni, i rapporti umani fra indigeni e forestieri. E quindi il ragazzo di provincia si ritrova a Cagliari e deve interagire. C’è quello restio, che resta con i suoi compaesani o almeno quelli della sua zona, e gioca a murra in piazza Yenne perché vuole mantenere l’enclave, come gli italiani in Argentina. Dura poco, però. Poi c’è chi viene a Cagliari per diventare più figo e allora segue le mode e lo fa con pressappochismo, gli mancano i dettagli e gli ambienti e quindi staziona lì, va sì in discoteca, ma non capisce che è il tavolo a fare la differenza.  E non capisce che la canadese va sì di moda, che ha comprato le scarpe giuste, ma che una ragazza CCC l’accento del nuorese non lo digerisce comunque. Ancora più drammatico è il caso della ragazza che arriva con un bagaglio di buone intenzioni e ingenuità e poi finisce nelle grinfie di chi, da cagliaritano nativo o adottivo, si è costruito il personaggio. E la povera matricola finisce quindi a letto col personaggio, perché sembra figo, perché le han detto che è figo. È come la storia dell’erasmus, del soggetto che parte e lì si ricostruisce una vita perché in Francia non sanno che a Cagliari certe cose sono da soggetto. E come torna s’iscrive in un’associazione di accoglienza per erasmus perché così può adescare quelli che arrivano, che non sanno che lui qui è ecc. La ragazza fidanzata, con una storia vecchia di anni, un misto di amore sincero, vecchi valori come direbbero alcuni, e la condanna sociale che ti aspetta in paese se lasci il tuo storico ragazzo. Quindi viene in canadese in biblioteca, come un cartello di divieto d’accesso – zona rimozione. E subisce un frustaggio incredibile al punto che non esce, e deve salvare i suoi colleghi in rubrica con nomi femminili anche se sono maschi, perché si sa mai cosa pensa il mio amore. Chi lascia gli amici in paese e quindi tutti i fine settimana torna. Lo fa per un po’, poi smette, si omologa. Il giovedì universitario (esiste ancora?), poi il fine settimana e poi si conoscono i locali e le mode e ciò che va bene e ciò che non va. Chi inguaribilmente resta legato al piccolo mondo antico, paese mio che stai sulla collina, e ci guarda con nostalgia. E chi invece lo odia profondamente e a Cagliari gli sembra di stare a New York.

Chi cerca la morale non la troverà. Però una cosa è certa, la dimostrazione che fare di Quartu, Monserrato, Selargius e diciamo tutto l’hinterland comuni a sé sia ciarpame, lo dimostra il fatto che nell’hinterland le regole si conoscono e le mode si diffondono. Da Quartu a Cagliari si sbaglia nulla. Sì, poi ci sono i gaggi di Quartu, ma questa è un’altra storia.

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