Cagliari Che Conta / Torino Che Conta.

La Cagliari Che Conta.

CCC, li chiamavano così, o Cagliari Bene, comunque l’alta società cagliaritana, alta si fa per dire. Un tempo era più alta, quando Napoleone girava per l’Alta Italia e i Savoia si trovarono lontano da Torino, in Sardegna, dove nacque pure una figlia della Real Casa. Poi da lì l’Alta Società è andata via via scemando, un po’ come nel resto del Paese e del pianeta, com’è stato da quando anche i re hanno iniziato a perdere le teste, prima letteralmente, poi metaforicamente, per alte borghesi americane. E poi ora i reali si fan vedere nudi e guerre non scoppiano più. «Democrazia, noiosissima zia» . I Savoia lontani da Torino, a Roma. Non la Roma imperiale, ma quella di Trilussa. E il 2 giugno e basta Savoia e qualcuno ancora si fa chiamare duca, conte e altro, ma chi se ne frega se non hai l’iPhone. Gli Stati Uniti hanno segnato la via, basta con il sangue blu, show me the money.

Da quando non ci sono più le caste, la gente non ha smesso di raggrupparsi. Prima non potevi entrare a corte se non rispettavi certi canoni? Ora non puoi entrare in discoteca. L’alta società non balla più il valzer, ma balla techno. Niente ballo delle debuttanti con l’abito delle fiabe, ma la prima serata al Cocò con il primo tacco 10. Non si tratta più di baroni legati a terreni a Mogoro, tutti quelli si sono imborghesiti, urbanizzati, sono diventati professionisti. E con il capitalismo che non guarda in faccia al tuo cognome, anche chiamarti Cocco Ortu di per sé non è proprio garanzia di successo. Essere CCC, bene, alta-società è uno stato d’animo che si costruisce, che si raggiunge, che si scala, anche per i figli del ceto medio. Lo stereotipo ha sempre un fondo di verità: chi, allora?

Le scuole superiori sono quelle. Dettori, Siotto, Pacinotti, Salesiani. Oltre non puoi andare. Il top sarebbe il Dettori, ma è meno rigido ultimamente. Se hai fatto una scuola professionale non puoi farne parte, salvo rarissimi casi. Anche un liceo minore, tipo il Michelangelo è borderline. Magari però c’è il fratello o la sorella che fa la scuola giusta, e allora è un altro paio di maniche.

Andavano al Cotton, nei primi del 2000. Li chiamavano cremini, usavano già le Hogan, e il maglioncino sulle spalle. Oppure dettorini, nonostante al Pacinotti ce ne fossero un bel po’.

Poi, dopo le superiori, ci sono poche strade: Medicina, o il polo di viale Fra-Ignazio, certo con piccole eccezioni. È quella borghesia delle professioni che dicevamo, le professioni che contano vengono via da queste facoltà qui. Il viale della mattina, quello della sera è Europa, è un grande filtro e questa è una storia che già sapete. Quindi o ci vai di persona o hai amici che ci vanno o altrimenti non rispondi alle regole giuste, all’etichetta. Nodo ai lacci o no?

Per la sera è più semplice, l’importante è che ci siano le foto. Senza foto da mettere su internet non è una serata, ci vuole la testimonianza. Cosa cazzo mi trasso se poi non mi immortalate? Con il vaffanculo scritto sulla fronte mica lo faccio per conoscere gente nuova. L’intermediario è tutto nell’alta società. Non entri da solo, a facc’e cunnu: chi sei? da dove vieni? hai l’iPhone? fammi controllare la tua pagina instagram, non è detto che vada bene. Poi sì, puoi entrare da solo, essere anche più o meno accettato, ma sei comunque ai margini. Un vorrei-ma-non-posso.

I salotti sono il Mojito d’estate, il Puccini d’inverno, il pre-serata. L’aperitivo del venerdì all’ex-mà, la domenica alle Pailotte. Guardati una foto, taggati se sei uscito bene. Show me the pictures. Poi c’è tutta una terminologia: zio, è una busta, in grinta, in piena, la verità? La discoteca, la serata, il culmine della settimana. Il ballo delle debuttanti. Il tavolo! Il rampollo dell’alta società che gira e poi fa le feste a casa sua e se non sei invitato non-conti-nulla. L’importante è che ci siano le foto e che sia qualcosa di organizzato. Il salotto è organizzato. Non si va, non si esce, improvvisando. Non «che facciamo stasera?», ma «che c’è stasera?»

È tutto qui. Gli stilisti possono rilanciare le gonne a vita alta, ma se non vengono recepite da chi conta, non vendono. Lì si decidono i tagli di capelli, i risvolti e, ripeto perché questo è cruciale, i nodi alle scarpe. Lì si decide anche se comprare da Zara va bene o no. Intorno al 2000, i cremini, la CCC, potevano comprare solo in due-tre posti: Castangia, Casa dello Sport e poco altro. Una marca sbagliata causava davvero seri problemi. In questo, dalla Real Casa è cambiato poco, la moda ha una sua origine precisa. Altrimenti i pantaloni colori pastello sarebbero rimasti nella fantasia di pochi e non sarebbero eclissati così in fretta. O i baffi. Quella è la subcultura hipster che avanza, che l’alta società recepisce e ricicla perché me ne frego, è solo moda, come Hansen.

E il giorno dopo tutti in biblioteca, in varie biblioteche, perché la nobiltà non c’è più e si deve almeno far finta di fare qualcosa.

Così ho scoperto che anche a Torino si dice Torino Che Conta e anche Torino Bene, ma invece che cremino, cabinotto, e ho scoperto che cremino ha un’origine extra-sarda. E dato che Cagliari e Torino sono state capitali dello stesso Regno, un’analisi comparativa ci sta benissimo. Il pezzo che segue lo dovete alla nostra inviata dal luogo, J-WWow.

La Torino Che Conta

Un mese fa, in centro a Torino, incrocio lo sguardo con una ragazza bionda obiettivamente carina, sui 15 anni e l’aria molto per bene. Istintivamente mi dico «Toh, i cabinotti di oggi sono così allora» e proseguo per la mia strada.
Fermi tutti.
…I cabinotti esistono ancora?
Quelli che dieci (occacchio, dieci) anni fa erano il mio pane quotidiano, con cui andavo al liceo, alla scuola di tennis, e magari ridevo e scherzavo, ma non troppo perché non possedevo tutti i requisiti minimi per entrare a far parte della mega confraternita à l’italienne della TorinoCheConta?
COME ho fatto a riconoscere, in quella biondina, una cabinotta? Non indossava niente che la rendesse tale! Era persino in una zona “zama” (tamarra, nda) dello shopping, impegnata a guardare le vetrine di un negozio cinese.
Eppure, come ho detto prima, “istintivamente” l’ho capito.
Continuo la mia passeggiata e mentre rimugino, in lontananza sento uno sgraziatissimo «SOCIAAA , mi guardo attorno e realizzo di essere arrivata in Piazza Bodoni.
Piazza Bodoni. Tieni bene a mente questo luogo, perché nella Torino dei cabinotti non esiste nessuna Mole Antonelliana, nessuna Piazza Castello, nessuna via Garibaldi. Solo “Bodo” o comunque la zona ad essa limitrofa.
Un gruppetto di ragazze e ragazzi si radunano sotto il monumento, e lì mi sono resa conto che possono passare anni ma la capacità di riconoscere alcuni schieramenti sociali a Torino, sebbene oramai siano tutti maledettamente mescolati, non potrà mai venir meno in me e nella maggior parte dei miei coetanei. Proprio perché siamo cresciuti negli stessi ambienti “obbligati” come certe scuole o centri sportivi, quel tanto che basta per riuscire a distinguerci a una sola occhiata. E questo vale anche per le nuove generazioni.
In soldoni, ci avevo preso. Quelle ragazze con gli UGGS e i leggings a mò di pantalone, la t shirt tagliata di rovescio sulla spalla, felpa di Abercrombie per le più freddolose e orecchinazzi probabilmente di Alexander McQueen erano identiche alla biondina che avevo visto prima. Ed erano in “Bodo”, non potevo sbagliarmi.
Subito nella mia testa scatta il paragone col “cabi” degli anni 2000 (“cabina” se eri uno “zama” e parlavi di loro in senso dispregiativo).
Cabinotto, perché ai tempi in cui fu coniato il termine, il punto di ritrovo era davanti alle cabine telefoniche di corso Fiume / zona Crimea, forse per distinguersi dai banali “cremini”, “pariolini” o “sancarlini” sparsi nelle altre regioni italiane.
Il prototipo, fedelmente clonato in tutta la città (guai a sgarrare), era il seguente: per “lui” taglio alla Paul McCartney dei tempi di Hey Jude (tanto andava bene sia per capello riccio che liscio, bastava che non fosse corto o ingellato, bleah), camicia e golfino di una marca a scelta tra Ralph Lauren o Tommy Hilfiger (i più alternativi e pazzerelli si lanciavano su Volcom, Burton e Quicksilver, ed erano anche i belli e dannati dello snowboard fuoripista a Bardonecchia/Sestriere/Salice), o tshirt sponsorizzate Vespa50, scarpe Prada o Tiger Onitsuka GIALLE (e non in tributo a Beatrix Kiddo), cintura di cavallino o mucca. Il jeans era a piacere, ma meglio se presentava una tasca rattoppata, che riprendesse la pelle della cintura sopracitata. Vincevi tutto se indossavi quello di Armani con la scritta A J sul culo (che si teneva all’altezza delle ginocchia) abbinato a un giubbotto Brema marrone.
Per “lei”, e in questo devo dire le cose non sono cambiate, un look rigorosamente acqua e sapone. Capelli lunghi dall’aria “misonosvegliatacinqueminutifaesonouscitadicorsa” e grande libertà di scelta nel vestiario che però doveva essere RIGOROSAMENTE acquistato in almeno uno dei due negozi che hanno fatto la storia di questa confraternita a Torino: J.A.CK., Sundance e Grifoncino in piazza Bodo (ci avreste mai creduto?) e Brandy&Melville. Tonalità preferibilmente sui colori pastello, a righe o con un WinnieThePoo stilizzato sul davanti. L’unico vezzo ero una collana di perle giganti in plastica bianca come Lisa Simpson.
Piccolo particolare di questi negozi: il limite massimo di peso corporeo per entrare era di 50 kg.
Infatti ancora oggi non penso sia mai esistita una cabinotta grassa o comunque abbondante. Magari c’era a scuola l’amica un po’ più in carne che faceva parte del giro TCC, e forse era pure ben integrata, ma giusto a scuola.
Sicuramente era quella che metteva allegria, però non avrebbe mai cuccato con addosso quei pantaloni di DimensioneDanza che su di lei sembravano piuttosto dei fuseaux. Quindi era meglio non invitarla troppe volte in discoteca, sennò sai che palle starle dietro tutta la notte perché nessuno se la calcola?
Le discoteche! L’epicentro, l’acme delle serate cabi si svolgeva principalmente al Patio, allo Chalet e al Matilda (ora Life). E là non poteva cominciare una serata se non urlando lo slogan ufficiale della TCC: «ROMA PROVINCIA, TORINO CAPITALE, QUESTA È LA STORIA CHE NOI VOGLIAM SENTIRE», al ché si partiva con Roberto Molinaro&co.
La preparazione dell’evento era minuziosa, un vero business che coinvolgeva i più intraprendenti per la vendita delle “preve” nelle scuole o nei bar di ritrovo (e, indovina, oggi fanno tutti economia). Ma tutto lo “sbatti” per piazzare gli inviti alle feste Crystal (quelle Prince erano per i più grandicelli) veniva felicemente ripagato: se eri un PR, avevi diritto a metterti con una Crystal Angel, baby cubista gnocca (e cabi) ingaggiate dagli stessi PR per scatenarsi sul cubo, riconoscibili per la tshirt ombelicale stampata apposta per la serata in questione. E poi via, dritti sui divanetti o se eri al top della popolarità, te la caricavi sulla Mini Cooper con tettuccio e specchietti laterali personalizzati (Union Jack o il Jack di Cuori… forse in tributo al negozio di J.A.C.K., ora che ci penso).
Tutto questo turbinio di emozioni adolescenziali veniva testimoniato il giorno dopo via internet sul MURO DEL VALSA (o dei cabina). Una mini chat che nei primi tempi del 56k veniva utilizzata per sbugiardare gli inciuci o organizzare le prossime uscite pomeridiane (dai, non ti dico nemmeno dove). Questo avveniva perché i cabinotti, a parte quelli che frequentavano i loro quartier generali come il Val Salice (Valsa), il Segré, il Galileo Ferraris (Galfer), il Vittoria, l’ei fu Sacro Cuore, l’ACAT e in ultimo l’Altiero Spinelli, erano abbastanza decentrati e sparsi per le scuole del centro.
Ma in fondo non c’era bisogno di ghettizzarsi già dalla mattina: funzionava tipo Al Qaeda, migliaia di cellule sparse sul territorio che comunicavano fra loro tramite internet, le differenze? Che internet era limitato al muro del Valsa o a MSN messenger, e che nel pomeriggio si sarebbero radunati tutti nella solita Bodo, e poi via al bar Gramsci o alla cremeria Umberto di corso Muncalè (Moncalieri).
Ah, non dimenticare che lo zaino esisteva solo per i maschi (Eastpak, comunque). Le ragazze, anche a costo di disarticolarsi una spalla, portavano la Pinko Bag o la borsa grande della MBC.
Potrei poi toccare l’argomento “i cabinotti e il calcio”, ma per farla breve posso asserire che il vero cabinotto tifa Toro (anche se lo tifavano anche gli alternusa –alternativi/squatter/quellagentelà-) perché tifare Juve è da terroni. Ma non si tratta comunque di una legge radicatissima: la comunità può definirsi spaccata in due da questo punto di vista.
Ripenso poi a quei cabinotti oggi, cresciuti assieme a me e diventati qualcuno: tanti hanno preso la strada di giurisprudenza o di economia aziendale per seguire le orme dei genitori o amici dei genitori. In pochi sono approdati a medicina, forse scoraggiati dalla quantità di anni di studio. I miei preferiti invece sono quelli che han tentato un anno a lettere e filosofia, “tanto per”, e poi coi soldi di non si sa bene chi hanno aperto locali di discreto successo che gestiscono un po’ come dirigevano le prevendite delle Prince al liceo.

 

Questa è la storia e io penso a quella signora in Sudafrica che mi disse «sa, sono qui da 30 anni, sudafricani, italiani: siamo tutti uguali».

4 pensieri su “Cagliari Che Conta / Torino Che Conta.

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