Codice della vita italiana.

Tra la legge scritta e la vita vissuta, tutti sappiamo che differenza passa. Lo statuto e i codici che cosa ci dicono di realistico sul nostro Paese? Lo abbiamo imparato, a spese nostre; lo sa la nostra testa, che ha ripetutamente urtato contro quanto ignorava; lo sanno le nostre spalle, che di questa ignoranza han portato il peso!

E perché non cerchiamo di togliere ai giovani la parte più grave di tal noviziato? Perché non proviamo a insegnare loro in che Paese veramente sono nati, quali ostacoli troveranno, quante strade hanno aperte?

Ho cercato di esporre in poche formule alcuni aspetti realistici della nostra vita e delle consuetudini della gran maggioranza degli italiani. So bene che si griderà in pubblico al diffamatore, pur riconoscendo in privato la giustezza delle mie osservazioni. Ma, appunto perché so tutto questo, non me ne preoccupo tanto. E quanto alle eccezioni riconosco volentieri che ce ne sono. Non è già forse questo scritto stesso un’eccezione a quella regola, che si potrebbe benissimo aggiungere alle altre innanzi esposte, per cui “certe cose si fanno ma non si dicono”?

C’è molta amarezza, in espressioni che han l’aria (soltanto l’aria, purtroppo) del paradosso. Amarezza e, qualche volta, disperazione. Quando si vive in Italia, più d’una volta accade di domandarsi perché non si prende il primo piroscafo che parte per il nuovo mondo, dove, molto lontani, attraverso il velo della poesia, e senza alcun contatto con i cattivi campioni della madre patria, tutto quello che c’è di bello e di sano può tornare in mente e destare nostalgia.

Sì, siamo ridotti a questo, qualche volta: a prendere idealmente un piroscafo e guardarla da lontano, questa nostra Italia, per poterla amare davvero… A guardarla come posteri; anzi peggio: come stranieri.

Del resto i migliori italiani, da Dante a Mazzini, hanno rivolto aspri rimbrotti ai loro compaesani; e si capisce. Chi ha un ideale di patria, vi paragona la realtà e non può a meno di trovarla inferiore; onde il suo sforzo perché la luce di quell’ideale, che è tormento e miglioramento, passi negli altri. Ma non vi passa che a traverso lotte. Chi si contenta delle cose come stanno, non ha bisogno di urtare alcuno; e può distendersi nelle lodi. I dolci educatori, si sa, non sono i migliori.

Qui c’è il succo delle mie idee sul mio Paese: vi sono nato, sento di dovervi lavorare. Ma il mio Paese non è disgiunto da un’idea più vasta. Anzitutto, mi sento uomo. E sento subordinato a questo il mio concetto di italiano.

Io ho fede nell’Italia piuttosto attraverso un rinnovamento educativo che attraverso uno politico, preferisco un miglioramento del carattere a una modificazione delle istituzioni. Ho più fede negli umili, che nei grandi; in coloro che occupano posizioni secondarie, che in quelli che sono arrivati in alto. penso che i valori della nostra tradizione hanno bisogno di cambiamenti radicali: che noi teniamo troppo al Rinascimento ed a tutta la tonalità letteraria, enfatica, retorica che vi ha radice. Il mio ideale d’italiani è quello di uomini più pratici, più severi, più colti, più aperti alla visione del grande mondo moderno. Sento che si potrebbe arrivare ad un profondo rivolgimento spirituale in breve tempo: in un paio di generazioni; a patto di sentire la nostra attuale complessiva inferiorità, rispetto ad altri popoli; a patto di una rinunzia rigida a consuetudini che abbassano soprattuto il nostro valore morale e la nostra dignità; a patto di un esame di coscienza purificatore.

Certamente non è facile dire a noi stessi ed in pubblico: ho peccato; ma non vi è correzione possibile se non a traverso questa confessione.

Può darsi che nel compito prefisso, esageri. Ma non mi sono mai posto un freno perché generalmente si è andati tanto in là con gli elogi sperticati e con la soddisfazione inconsiderata, da rendere desiderabile qualunque azione contraria.

Quando in corsa ed alle svoltate una slitta minaccia di cader da una parte, ci vuol pure qualcuno che si sacrifichi e si sporga tutto fuori dalla parte opposta.

Giuseppe Prezzolini, 1921.

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