Kedè.

Chi è senza rimpianto scagli la prima pietra. Fra i miei rimpianti c’è quello di non aver potuto vedere una sorta di facebook1990’s, con tutti i miei compagni delle medie che condividono pensierini e foto con il mondo. Guardate che non rimpiango un loro contributo al cammino della civiltà, ma…

Internet ha fra le sue caratteristiche principali quella di ingigantire le cose. Senza internet, nessuno parlerebbe di maya, di rettiliani e di fesserie simili. Internet ha inoltre il potere del ma-nessuno-pensa-ai-bambini? Fa scalpore in questi giorni una serie di foto di dodicenni che in cam fingono posizioni sessuali con una didascalia apocalittica che recita 2012. Sarà che io ho fatto una di quelle scuole stile Pensieri pericolosi con Jodie Foster, ma conoscevo dodicenni che non facevano finta e quattordicenni madri o bis-madri.

L’altro grande problema è l’italiano. Sì, insomma, non sappiamo l’italiano o almeno non sappiamo scriverlo. Così sentenzia il popolo della rete (a proposito, perché è passata la moda nei TG di invocarlo questo popolo della rete?*) e così io mi tengo la pietra. Sarà che ogni generazione, dai tempi di Voltaire e anche prima, maledice quella successiva, ma mi riservo dei dubbi sul fatto che i miei famosi compagni delle medie scrivessero meglio dei loro corrispondenti attuali. Solo che, senza i potenti mezzi del web, le loro perle restavano prigioniere di compiti in classe insufficienti o D, in quella breve parentesi in cui si davano i voti all’americana.

Prima era meglio, prima è sempre stato meglio. Soprattutto per il congiuntivo, tutti lo usavano, altro che adesso. I dati dicono che nel 1981, in Italia, aveva completato con successo le scuole medie solo il 23,81% della popolazione, ma a quanto dice il web si parlava meglio.

Lasciamo perdere i dati e facciamo del miocuginismo. Come ha detto mio cugino, che ha 40 anni, «Io da piccolo non è che potessi parlare un grande italiano, quando il punto di riferimento era nonno. In casa c’erano alcune espressioni cardine quali: che mi dà fa fastidio e kederavamo andati».

Il kedè contro i pareri del mondo globalizzato ci dice che, in fondo, non siamo poi così diversi. C’è un’intera generazione che ha sempre usato il kedè con naturalezza. Tipo una volta una signora sui 50 mi disse che lei non era razzista, ma che insomma, l’avevano messa in camera con una nera, lei non ci voleva stare e poi… si è scoperto kedera una prostituta. C’è anche un assicuratore che conosco, che di anni ne ha diversi in meno, che al telefono mi diceva kedèkedè. Certo, il vantaggio attuale è che ora possiamo vederlo scritto. In effetti come si dovrebbe scrivere? come lo scriverebbero i parlanti? Io ho trovato quel cellulare è come il mio solo ke de nero. Senza scomodare mio nonno e il suo cagliaritano verace (sei istudiato), penso che tutti siate in grado di trovare migliaia di esempi.

Mio nonno, però, ha contributo allo sviluppo della civiltà con la teoria del vaso di terra. Dice in pratica che la donna è la terra, l’uomo è il seme, quindi è chiaro che i figli possono solo assomigliare al padre. Voi, invece, popolo della rete cosa siete riusciti a fare? Ah già, a far cacciare il mitico Bigazzi dalla TV perché ha detto che i gatti, oltre che in foto, vengono bene anche in umido. Clap clap.

*Il popolo della rete è quello che invocava la pena di morte per zio Michele e affini. Ecco, siete un po’ stronzi, popolo della rete.

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