Gamberologia

Settembre. La stagione era passata via veloce come ogni anno tra occhiali da sole tattici per lanciare occhiate selvagge alle nudità diffuse (anno III dell’era brasiliana) e notizie fantascientifiche che davano il Cagliari su improbabili giocatori presentati tutti come il mitico Pelè. Soggiogate all’ingiustizia che regge l’Universo, le famiglie di lavoratori venivano condannate con maestralate da record nel fine settimana che non cessavano neanche a far scendere dal paradiso tutti i santi compreso Efisio; eppure, armati di coraggio e attrezzatura comprata all’Auchan di Santa Gilla migliaia di cagliaritani si riversavano al Poetto, dividendosi fra estenuanti trattative col vucumprà e partitoni da ridimensionare notevolmente quelli del ragionier Filini. Appostati sul litorale dalle prime luci dell’alba per difendere le proprie postazioni a costo della vita dietro balaustre di frigoriferi da campo e ombrelloni fantasia rimasuglio del cattivo gusto tardo-anni ’80, i più esperti assistevano settimana dopo settimana all’arrivo delle orde in fuga dall’afa cittadina. Con le avanguardie schierate e trincerate, alle prime ore del pomeriggio comparivano in lontananza i gamberoni, tardi nell’ora e lenti nei movimenti per i postumi del weekend trascorso troppo-in-piena. Canottiera da bisticcio, capelli acconciati quel tanto che basta, occhiale vintage, fermata al baretto obbligatoria prima di toccare la sabbia per il caffè di rito e cominciare a svisare la quantità e la qualità dello scioscio. Animale notturno ma evolutosi per adattarsi all’esposizione al sole, il gamberone guardava all’estate conclusasi con la nostalgia di chi vede assopirsi la sua stagione dell’amore, e quella era stata una stagione da fragola. Interminabili nottate fra i pre-serata all’Emerson, gli aperitivi alle Pailotte e le migliori organizzazioni dell’anno al suono della musica house più pestata suonata dal DJ del momento arrivato dal continente al prezzo di trenta euro a ingresso, — cinquanta al tavolo, perché il gambero, beh, il gambero sta al tavolo — con l’immancabile pashmina, pantalone pastello, mocassino scamosciato e il polsino della manica girato per far vedere la fantasia diversa, seguite da giornate al mare con lo slippino tirato, meglio se bianco, spruzzatona di profumo da cucco, sopracciglino sagomato e la basetta fine, in attesa della vacanza a Lloret de Mar dove andare a fare «danni».

Così, mentre ad agosto i mirabolanti acquisti della società rossoblù si rivelavano poi non essere neppure la reincarnazione di Dario Silva e Larrivey continuava a giocare perché è in forma, l’estate gamberonesca procedeva riempendo il vuoto di serata in serata con il pokerino con i soci, la toccatina a Santa Margherita per sciorare al Forte e la conta delle prede. Con più zii dei fratelli di Gesù e un eccesso di suffissi -ino il gamberone spaziava dalla realtà alla virtualità con status di facebook dedicati alla nuova indimenticabile avventura che superava in grandiosità anche il matrimonio di William e Kate e dichiarazioni ormonali contro la monogamia al suono della musica di Cristian Marchi e del dobbiamo divertirci e da-qui-non-ce-ne-andiamo. Dall’altro lato della barricata le non-poi-tanto-ignare prede condividevano con il mondo la pazzia delle amiche prima di cadere nelle fauci del gamberone di turno perché è estate, perché sono in vacanza, perché faccio quello che voglio.

Arriva settembre e la spiaggia sa tanto di giorno dopo.

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