Quanto costa un iPhone?

Cagliari è una città piccola e come tale è concentrata. I gruppi e le subculture sono molti meno rispetto alle grandi città del Continente e così i gradi di separazione. Lasciando perdere lo snobismo del Cagliari è una bidda (come se ci fosse qualcosa di male nel non essere una metropoli) e i vantaggi dell’avere tutto più o meno a portata di mano, è chiaro che anche le possibilità per essere socialmente accettati si restringono. Un fiocco alle scarpe può essere, da questo punto di vista, letale.

Il mormorio dice che tutti hanno le Hogan, tutti hanno l’iPhone e così via. Pare che di colpo la sedicente capitale del Mediterraneo sia diventata ricca, merito dell’Oman, chissà. In realtà no, semplicemente per ragioni demografiche e geografiche, le cose si concentrano. Anche Cagliari ha una sua alta società. Avete presente quei film con il ballo delle debuttanti e cose del genere che ti chiedi se davvero esistono da qualche parte del mondo e quando scopri che esistono non ci credi un po’ come quelli a cui dissero che il Grande Torino era tutto morto sulla collina di Superga? A Cagliari non c’è il ballo, ma l’iPhone sì. È così che si debutta in società.

Tagliamo subito la testa al toro, la coda di paglia e mettiamo le mani avanti: l’iPhone è bello, utile, innovativo ecc. Non c’è nulla di male nell’averne uno. L’unico problema è che l’iPhone (come tante altre cose belle) costa l’ira di zio (e io ho zii molto tirchi). Quindi, tempo fa, uno dei profeti di Facebook diceva: vedo iPhone e Hogan ovunque, non è una crisi economica è una crisi di valori. E via vagonate di mi-piace come quando una tipa figa scrive vado a nanna… notte facebook e va subito in tripla doppia manco fosse Kobe Bryant. Ovviamente è una boiata come quella della crisi-che-non-c’è perché i ristoranti sono pieni. In realtà non teniamo più famiglia: ovvero, non risparmiamo più, la cultura del risparmio, cardine delle italiche genti dall’Unità in poi è scomparsa fra le generazioni del nuovo millennio. Il debutto in società richiede soldi, fra accessori, serat(in)e e colazioni. La paghetta non basta, poi mia nonna, a proposito di zii, mi dava 5000 lire, diventati 5 euro, come il prezzemolo. E così, cascando dalle nuvole ed esercitando il diritto di mormorare, tutti si chiedono: ma com’è che tizio si può permettere l’iPhone? Non può, infatti. Però è il prezzo da pagare per entrare. E così i soldi sudati al call center, i soldi dati dai genitori in 10 anni di università perché è-bravo-studia-un-sacco-è-sempre-in-bilbilioteca-sono-i-professori-stronzi, se ne vanno via nel mercato del futile. Come mi ha detto un mio amico, il ragionamento è più o meno così: 600 euro al mese, l’iPhone ci esce. 

L’economia gira con noi. Dalle tasche del datore di lavoro che dà poco perché almeno ti sta dando un lavorosto facendo esperienza, tanto non avrei altro da fare, alle tasche di un altro datore che dà lo stesso tipo di lavoro per permettere all’alta società di esprimersi fra un rum&pera e un Mojito a 7 euro. Un continuo svendersi che trova poi la sua più perfetta espressione nel famoso “fare la stagione” dove si parte per 500 euro al mese con turni 20 su 24, 6.5 giorni su 7, per fare esperienza, fare un po’ di soldi e così via. Magari dalle stesse persone che poi gridano contro la grande grossa multinazionale stronza (che paga straordinari, ferie e tredicesima) e elogiano quelle agenzie del turismo che vanno avanti prendendo solo tirocinanti, mai pagati, anzi a proprie spese.

D’altra parte, per vedere la Champions League biglietti ne regalano pochi.

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