metrocagliari (3)

Quando Ugo si era messo a letto la sera precedente non aveva fatto caso che fosse venerdì sera e aveva quindi dimenticato di disattivare la sveglia. Fortunatamente il sonno aveva vinto l’epica battaglia con l’allarme e quindi resuscitò che era già mezzogiorno e anche l’infernale attrezzo si era stancato di suonare a vuoto. Impiegò del tempo a realizzare le proprie coordinate spazio-temporali, poi pensò che c’era stato qualcosa di insolito, ci ripensò ancora e poi scrollò le spalle e lasciò perdere. Era sabato mattina, così diceva il cellulare, perché la TV non funzionava da quando si era dimenticato di comprare il decoder per il digitale terrestre e perché ormai sapete cosa pensava dei giornali. Anche il cellulare, in costante assenza di credito, resisteva a malapena nella sua vita. Ma perché affliggersi con altri problemi ora che si era liberato involontariamente di quello di lavare la macchina? Forse questo creava un nuovo problema, ovvero avere un mezzo di locomozione, ma c’era la nuova metro che inauguravano il… già, quando la inauguravano? Il vecchio problema di giornali e TV. Fu così che decise di uscire di casa e andare a controllare di persona come stavano le cose. Sapeva, ora lo sapeva, che era sabato, quindi non ci sarebbero stati lavori in corso e operai a cui chiedere in caso la metro fosse stata ancora chiusa, ma sapeva anche che poteva imbattersi in un personaggio che avrebbe risolto i suoi dubbi. Si trattava di un consigliere comunale di vecchia data che compariva puntualmente in punti strategici dopo aver studiato la lista (occulta) dei cantieri in apertura. Tale personaggio era solito arrivare, raccogliere le proteste locali — del tipo ma qua non fa a passare, ma l’hai vista la strada? tutta a buchi e poi diamo le case agli zingari — dire tronfio «ci pensu deu», far finta di fare una chiamata e dire «risolto tutto, domani arrivano a sistemare». Ugo era certo che se l’inaugurazione fosse stata vicina, il consigliere di vecchia data sarebbe stato lì. Mentre era assorto in questi pensieri, il cellulare squillò.

«O’ Ugo!»

«Sì, pronto? Dimmi» era Giorgio, suo collega della biblioteca.

«Ma tagazzu dimmi! Ma la stai sentendo questa storia?»

«Giorgio? Cosa? Che storia?»

«Ceee no, ma sei serio?»

«Sì sì, non ti capisco».

«P…zz…e..zzztz…n…zzz».

«Giorgio, non ti sento più».

«Minc…zzz…tzzz….z».

Vabbe’, un problema in meno, pensò Ugo lasciandosi il cellulare alle spalle. Quello che vide quando arrivò in piazza Yenne lo perplesse: le transenne del comune bloccavano l’accesso a tutto il largo Carlo Felice e un numeroso contingente delle forze dell’ordine teneva lontani i curiosi che si affollavano in cerca di risposte. Non dirmi che oggi c’è Sant’Efisio, pensò Ugo. Il Santo stavolta non c’entrava nulla, ma lui, attaccato al mondo esterno solo dalla suola delle scarpe, lo ignorava. Eppure nell’aria non c’era quell’odore di persone sudate misto a sterco animale che da decenni caratterizza la processione cittadina. Forse era il caso di chiedere a qualcuno, ma il rischio di mostrare la propria ignoranza su quello che sembrava l’avvenimento del secolo era troppo grande. Allora lasciò perdere, come faceva di solito e tirò dritto cercando di carpire qualcosa dallo jus murmurandi che la gente esercitava con trasporto.

«Iiih no, l’hai vista quella foto?» «Mabba’ che dev’essere finta» «Eh, giallo so, giallo» «E l’ha detto a signora Maria… ci dari pappara!» «Guarda che il sindico non è persona affidabile. Me l’ha detto mio figlio che lo vedeva buffendi birra» «E va?» «No macchè!».

Poi vide il consigliere. Era attorniato da persone, gesticolava con l’esperienza che aveva nel gesticolare e trasmetteva un rilassante senso di calma, di padronanza della situazione. «Signori, vi sto dicendo che ci sono qua io. Eia, tranquilli». «Troppo togo su consiglieri. Vai gosì!» rispondeva la folla entusiasta. Ugo aveva avuto la risposta che cercava, puntò verso il porto e per un attimo ebbe l’idea di tuffarsi, ma un branco di muggini che — poteva giurarlo — lo fissava gli fece cambiare idea e andare verso un bar. Mentre camminava, mani in tasca e ciondolante, pensò: ma da quando i muggini sono verdi? C’entra sicuro la Saras. E proseguì.

Incuriosirà il lettore sapere che se solo Ugo avesse prestato orecchio al consigliere per un minuto in più, lo avrebbe sentito dire: «Ho già contattato Obam». «Obam?» chiese qualcuno. «Eh, su presidenti americano». «Obama, vorrà dire». «Si scrive Obama ma si legge Obam, è inglese». «Ah». «Comunque, l’ho sentito al cellulare e gli ho detto O’ mr president, c’è un problems, Cagliari is piena di aliens». Hai visto come lo parla bene l’inglese, altro che tuo figlio che lo istudia a scuola! «E mi ha detto che ci pensa lui. State tranquilli, è risolto».

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