metrocagliari (2)

I binari s’immergevano nell’asfalto all’altezza del grande stazione metrocagliari in piazza Repubblica, ultima fermata alla luce del sole in arrivo da Monserrato, direzione piazza San Michele. Gli scavi erano proceduti con ordine, avevano sventrato il terreno lungo via Dante, via veloci a fianco al cimitero per poi allargarsi nella nuova fermata di viale Bonaria. Poi da lì la linea continuava verso via Roma, nuova stazione con tre uscite, una sul porto, una su piazza Matteotti con lo snodo degli autobus, una sotto i portici così che si potesse venire accolti dagli invitanti odori dei ristoranti della Marina. Ogni nuovo raccordo una nuova inaugurazione alla presenza delle autorità, un nuovo discorso sul progresso, sulla città più vivibile, più a misura d’uomo. I binari ruotavano poi bruscamente e risalivano il largo Carlo Felice ma, all’altezza di piazza Yenne si interrompevano bruscamente su una immensa voragine. La città, l’altra città, stava lì addormentata, abbandonata in perfetto ordine senza un solo vetro rotto. Era uno spettacolo, per quei pochi privilegiati che potevano esserne spettatori, da mozzare il fiato. Grossi palazzi grigi che si estendevano per decine di metri con forme a spirali e poi s’intrecciavano l’un l’altro. Le strade larghe, costruite con uno strano materiale che rispecchiava il cielo lontano. Una pianta a cerchi concentrici che s’irradiava a partire da una grossa sfera centrale e una temperatura stabile, piacevole, da tarda primavera. L’architetto che mai avesse provato a realizzare la città perfetta, l’avrebbe fatta così. Non era però a misura d’uomo, perché di umano non aveva nulla. Gli appartamenti erano alti un metro e mezzo, le porte avevano minuscole maniglie, per le finestre passava a stento un cranio di homo sapiens sapiens. I materiali erano risultati tutti sconosciuti alle più attente analisi, gli elementi costitutivi sembravano venire da un’altra tavola periodica. La grande sfera centrale era inaccessibile, la superficie perfettamente liscia, senza neanche il minimo spiraglio e splendeva di luce propria, generando l’effetto del sole venti metri sottoterra e alimentava tutta la città.

Il sindaco aveva appena dato l’annuncio alla popolazione e sedeva pensieroso nel suo studio del palazzo comunale. Gli occhi erano fissi al telegiornale nazionale che riportava la notizia in un’edizione straordinaria. La cronista, in diretta da Cagliari nascondeva la propria agitazione.

«Pagu bona puru» commentò il sindaco.

«Ha chiamato, signor sindaco?» chiese il suo assistente.

«No, no» si affrettò a rispondere lui «pensavo a voce alta».

«Comunque, se lei è pronto possiamo andare».

Fece un cenno con la testa e insieme s’incamminarono verso la macchina che li attendeva nel piazzale. Per quanto si trattasse di poche centinaia di metri era meglio evitare la folla. Entrò nel cantiere in compagnia del prefetto e di qualche tecnico, indossò il caschetto di sicurezza e poi in religioso silenzio seguì la squadra lungo i binari. Era la prima volta che vedeva l’altra città e ne rimase estasiato, l’immediato confronto con la città che lui amministrava lo fece scivolare nello sconforto. Toccò con mano le strade e i palazzi e si bloccò impietrito di fronte alla sfera.

«Questa è cosa seria. Alto che l’IMU» appuntò preoccupato.

Fu in quell’istante che un piccolo oblò si disegno sulla sfera per poi aprirsi proiettando un raggio di luce che accecò temporaneamente tutti.

«Ciao capo» disse una voce.

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