Vedi Cagliari e poi muori.

Mi manca Cagliari nel momento in cui salgo in aereo e non smette di mancarmi finché non torno, anche se sto fuori per poco. Non è campanilismo o patriottismo, mi manca come ti manca la mamma. Il mondo è bello e tondo e penso che il male più grande di questo pianeta siano quelle persone (8 volte su 10, italiane) che dicono che non ha senso visitare l’Australia se prima non hai visto la tua provincia, o la tua regione. Come se l’esplorazione andasse per cerchi concentrici e poi sì, son belle le cascate Victoria, è bello il polo Sud ma l’Italia è un’altra cosa. Sono brutte persone, persone che quando guardano le tue foto dicono «sì vabbe’, ma vuoi mettere il Colosseo? noi c’abbiamo la storia millenaria!», che poi quella storia la ignorino è un altro paio di maniche.

Nonostante ciò, Cagliari mi manca. Quando sono fuori penso a quel pezzaccio di terra lì che sta a galla nonostante tutto, dove di perfetto c’è poco, dove i treni non arrivavano in orario nemmeno quando c’era Lui, dove spesso quando si fa una scelta si fa quella più sbagliata e dove sta, arrampicata sui colli, una piccola città con la sua piccola vita. Sì, vai a Roma e vedi tanto e sai che c’è tanto ancora che non hai visto. Sai che Cagliari non è Roma sotto nessun punto di vista, sai che Roma è eterna e che conserva cose fra le più meravigliose al mondo.

Eppure quando esci e vedi che è una città popolata da macchine, quando immagini cosa voglia dire cercare un parcheggio, quando anche alle due di pomeriggio, col sole che cuoce, è pieno di gente con le macchine fotografiche pensi a quel pezzaccio di terra lì. La città che all’ora di pranzo muore, le serrande per metà abbassate e le finestre spalancate, pensi a quando esci dopo le 6, in un tripudio di odori e una luce straordinaria e non c’è una nuvola in cielo che sia una. Pensi che uscendo dal lavoro non vedrai mai Piazza S. Pietro ma puoi metterti un paio di infradito e andare al Poetto e riappacificarti con il mondo. Ascolti il telegiornale e l’esodo estivo dalle città e sorridi. E poi c’è il colle Sant’Elia quando arrivi con l’aereo con un mare splendido e c’è il vento quando scendi e le salite che ti fanno sudare e le vie della Marina e la gente che un po’ ti è familiare.

Non sono mai stato così felice come quando, dopo tre giorni da solo ad Ancona, in fila per il check-in un tizio davanti a me, parlando al telefono, disse: «ah sei a Maracalognis? Mì di non andare a mangiare in quel posto dell’altra volta… che non era cosa buona!»

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