Antropologia poco-criminale di una biblioteca.

A cosa servivano le biblioteche? A custodire i libri e a permettere agli utenti di consultarli, seppure questo in Italia presuppone qualche contrasto col personale bibliotecario. Basta entrare in una qualsiasi biblioteca per capire che ormai non è più così, altrimenti che ci fanno gli ingegneri nella biblioteca di Lettere? Così sono in biblioteca e penso all’eterogenesi dei fini.

Che in biblioteca si vada per quella vecchia ragione che da Troia in poi sembra muovere gli uomini mi sembra riduttivo. Certo, una buona parte lo fa ma bisogna ragionare in termini di ecosistema e di biodiversità.

Il filo conduttore, l’intenzione dichiarata — spesso, bisogna ammetterlo, in buona fede — è quella di studiare. È sul concetto di studiare e sull’applicazione del principio che si differenziano le persone. C’è chi arriva presto, occupa i posti e poi vaga fra una-due-tre-come-il-piccolo-naviglio pause sigaretta e quando sale fa le parole crociate, guarda un film o chissà cos’altro. È un comportamento antipatico, se non altro perché c’è chi arriva con le buone intenzioni di un francescano in Burkina Faso ma è costretto a prendere burattini e andare da un’altra parte perché non c’è uno spazio libero. Per persone così la biblioteca è come un locale o un parco, è insomma un’uscita da casa, per stare con gli amici o semplicemente non sentirsi solo. Poi vorresti portarti un modulo di rinuncia agli studi e presentarlo a persone così, un piccolo consiglio, l’eutanasia per un malato terminale. La biblioteca non è il pre-serata, è già la serata.

C’è poi chi effettivamente va a fare, talvolta anche dalle 9 del mattino, il pre-serata. Non è solo che l’abbigliamento è impeccabile, è più questione di come lo si porta: gli occhiali da sole tenuti anche all’interno, fino ai tavolini, la camminata che trabocca di confidence, tutto un modo di fare da vamp che è alla base del concetto di gazzosa che andrebbe però analizzato a parte. Per questa categoria è importante conoscere tutti, o meglio, essere conosciuti da tutti. Frasi tipiche sono vabbe’ se non ci fossi io qua e affini. Spesso si tratta, soprattutto quando parliamo di ragazze, di fuorusciti di qualche altra biblioteca. Il concetto è semplice e ben esemplificato dai branchi di leoni che espellono qualche membro che a sua volta fonda un proprio branco. Troppa rivalità, troppe persone dello stesso tipo portano l’aspirante regina a emigrare in biblioteche più provinciali dove avere la strada spianata.

C’è anche chi va a fare salotto. Non sono interessati più di tanto a conoscere gli altri, quanto a ricreare il proprio gruppetto proprio come si fa quando si va al bar. L’abbigliamento è anche qui impeccabile ma l’atteggiamento diverso, più disinvolto, più me-ne-frego. Arrivano di solito in due, prendono possesso del tavolo e tengono i posti per gli amici ma nel frattempo iniziano a discutere a volume alto. Quando gli amici arrivano non puoi che riconoscerli, sai già che andranno lì e allora la chiacchierata può esplodere davvero. Dio-quanto-siamo-fighi. Una fotocopia del modulo farebbe bene, ma mi limito a scuotere la testa.

Ci sono poi casi più difficili, tipo chi occupa i posti per gli amici e ore dopo non ci sono ancora, arriva pranzo e non ci sono, sono le cinque e non ci sono. E allora vorresti dargli una carezza e dirgli vuoi che sia io tuo amico? Chissà perché lo fa, forse aspettava qualcuno davvero o forse sperava oppure voleva cederlo alla ragazza vista lì della quale è innamorato ma che in attesa di conoscere è lì nella cartella materiale-da-seghe? E poi c’è l’ingegnere tipo, ma non di quelli che fanno i ponti, di quelli che finiscono a lavorare per il fisco. Con il suo computerino e i tasti che battono tutto il giorno, è davvero attento a ciò che fa, studia davvero, ma allora perché va nella biblioteca di Lettere? Forse gli basta stare lì, è un purista del guardare? Oppure spera che la sua etica di lavoro impressioni qualcuno? O magari, da buono studioso, sa che prima o poi verrà anche il suo turno? Forza, Simba, sei tutti noi.

Sono solo considerazioni, disordinate e parziali. Ma lo scopo della scienza, più che dare risposte definitive è quello di porre le giuste domande. a

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