La mia gita della terza media.

Ho appena visto le foto della gita di terza media a Barcellona di una ragazza che conosco e questa frase da sola contiene tutto il salto fra la mia e la sua generazione.

In una foto saranno sei o sette, con il cellulare poggiato all’orecchio e penso che chiamino a casa e noi chiamammo dai telefoni pubblici della hall dell’albergo. Ovviamente non eravamo a Barcellona ma a Rimini perché Ryanair non esisteva e l’aereo era una cosa che costava e quindi Elmas-Fiumicino e poi un lunghissimo viaggio in corriera fino alla costa est con mezzo pullman che si pisciava addosso e l’autista che non si fermava mai. Dite ora a un genitore che non potrà sentire suo figlio appena arrivato all’aeroporto e probabilmente non firmerà il famoso permesso-scritto che nessuno ha mai letto per davvero ma che credo autorizzi i professori a godersi lo spettacolo se un alunno fa qualche cazzata.

Le foto poi erano un rituale quasi mistico. 24 o 48, non di più, a seconda di quanti rullini ti portavi dietro per poi sperare che le foto uscissero. Ecco perché ne facevi sempre una in più di quelle importanti, metti che esce sfocata, e poi arrivavi a scuola con un album che ti dava il fotografo e tutti si affollavano a guardare qualcosa che non avrebbero mai avuto, altro che tasto download. Era il mondo in cui nessuno, ma proprio nessuno, sapeva cosa fosse una e-mail e c’entra poco con il fatto che la mia fosse una scuola di periferia modello pensieri-pericolosi con Michelle Pfeiffer. Mi viene in mente che per andare in Spagna ci sarebbe voluto il visto e che noi non ci saremmo mai fermati allo shop del Barcellona perché senza sky&co. era difficile conoscere perfino i nomi dei giocatori del Barcellona e per di più Ronaldo era appena passato all’Inter e sconfiggeva la gravità con la maglia numero 10 perché il 9 lo aveva Zamorano.

Oltre queste differenze strutturali (era per tutti più o meno il primo viaggio in aereo e andare in aereo era davvero qualcosa di figo) ci sono poi quelle differenze che vengono dall’aver fatto quella scuola là e questo emergeva in altri aspetti. Tipo: un mio compagno di stanza si era cuccato (fatto) un’altra ragazza per poi lamentarsi «minca tiene gli occhi chiusi»; si era creato un servizio in camera via un altro mio compagno (che voleva i capelli-a-là-Ronaldo e allora io, che non avevo neanche i peli sotto le ascelle e figuriamoci se mai avessi mai preso un rasoio in mano, lo rasai tagliandolo numerose volte sotto i suoi strilli soffocati per non svegliare la prof) che distribuiva gelati passando per il bar della reception; una decina di persone era stata punita per schiamazzi e aveva saltato l’evento del viaggio, ovvero l’Italia in miniatura; quel compagno dei gelati aveva sputato di sotto beccando un malcapitato in testa; sempre lui andava in giro dicendo «voglio coddare» e mostrando i suoi nuovi nuovi peli del pube; alcuni erano rimasti a casa o per ragioni economiche o per evitare incidenti diplomatici con la regione Emilia-Romagna.

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