Storia del Poetto nel XXI secolo.

Un tempo era bianca e fina come farina o cipria. Dio solo sa quanto potevi tirartela. Ma cali Villassimius, pitticu puru su Poettu. I casotti non c’era già più da tempo, non troppo dato che almeno due generazioni potevano rimpiangerli. C’erano gli stabilimenti però, ma senza le discoteche e i chioschi erano dei rettangoli molto piccoli con una parte all’aperto e il biliardino, più o meno tutti uguali, sicuramente tutti chiusi dopo il tramonto.

L’ultimo Poetto prima del disastro che tutti conosciamo sotto il nome di ripascimento era veramente bello, soprattutto nei giorni di bassa marea quando, e non esagero, aveva quel pizzico di caraibico da ammazzare il Papa. Ma il Poetto non è solo sabbia e mare e qualche costruzione più o meno vecchia, è soprattutto la gente che ci va. Una parte è costante, le famiglie sono sempre quelle, che il papà indossi lo zoccolo in legno o quello in gomma, o le infradito a seconda degli anni poco cambia. C’è sempre l’ombrellone grande, magari due, la sdraio anche quella in legno o da regista a seconda della moda, il frigo portatile, i bambini che strillano, l’incontro con amici e parenti che non c’è differenza se si sta parlando dell’acquisto di Suazo, di Larrivey o di Ibarbo. Una costante nella linea temporale che si ripete come la fila per la pensione o la sfilata di Sant’Efisio. L’altra parte invece cambia negli usi, nei costumi e nelle fermate a cui va. Migra. Questa è, più o meno, la loro storia.

All’inizio del nuovo secolo c’era un dettaglio imprenscindibile per chiunque volesse, sfruttando i nuovi e utilissimi 3P e 9P, raggiungere la spiaggia cittadina: le scarpe da tennis con il calzino. Andare al mare con un paio di scarpe aperte era semplicemente sbagliato, non si poteva, non si faceva. Lascio al lettore la libertà di giudicare tale audacia, ma qui si tratta di raccontare ciò che era e così era. Provare a indossare un paio di zoccoli (le infradito non esistevano ancora) voleva dire la morte sociale. Gli zoccoli, rigorosamente in legno, li mettevano solo i gaggi che ai tempi affollavano la quarta fermata. La fermata scelta dai gaggi — che chissà per quale motivo al tempo ignoravano la possibilità di tuffare dal molo di Marina Piccola — determinava le scelte degli altri gruppi: l’adolescente cagliaritano medio andava quindi alla sesta, i cremini al rifugio negli stabilimenti. Qualche anno dopo, nel 2003-2004, i gaggi migrarono alla prima e gli altri si spostarono alla quarta.

I costumi che andavano di moda nei primi anni del XXI secolo erano per i maschi quelli da surfista con sotto la mutanda (sì non un costume, una mutanda), per le donne il bikini coi laccetti (e Dio ti benedica sempre, sconosciuto che li hai inventati) e per i gaggi il mitico falanx (o c’era il ph?) aderente che riusciva a malapena a coprire lo scroto, abbinato con la canottiera bianca formato «da bisticcio». I bar erano ancora strutture al limite del pre-fabbricato in cui prendere una pizzetta o il gelato appena arrivati o prima di andar via. D’altra parte chi ha letto i precedenti grandi classici di questo blog sa che in quegli anni i giovani non bevevano il caffè.

Così come chi ha letto quei grandi classici sa che negli anni 2003-2004 (Cfr. Eravamo giovani nel 2000 e Era sempre il 2000, era sempre Cagliari) ci fu la grande uniformazione che portò gaggi e cremini a vestirsi allo stesso modo e donò — si fa per dire — all’umanità la visierina. E fu così che anche i cremini andarono alla prima, lato Palmette. Erano anche gli anni del bar (Cfr. Storia sociale del Bar Cagliaritano) e da un giorno all’altro, come un campo di grano a cui è stata data una grossa dose di steroidi, i chioschetti del Poetto si trasformarono in ciò che conosciamo, allargandosi a dismisura fino a diventare, in taluni casi — vedi il chiosco preferito dal gamberone, aka Emerson — dei veri e propri stabilimenti. Il bar portava con sé un’innovazione finalmente utile: il meccanismo di inclusione nei gruppi sociali prevedeva ora l’utilizzo delle infradito.

È il caso di aprire una parentesi. Il meccanismo di inclusione-esclusione, la distinzione fra Noi e Loro viene maturata dai ragazzi — e questa è la ragione per la quale fra i giovani esistono così tanti gruppi — nella loro quotidianità, a scuola, in strada, nella vita sociale. Nei primi anni del 2000, scoprire i piedi tanto per i maschi quanto per le femmine voleva dire fare parte di LORO, essere lontani da NOI, non essere cosa, come si dice da queste parti. Le infradito hanno cambiato tutto questo al punto che non solo diventavano cool per il mare ma potevano essere indossate in qualsiasi altra circostanza accompagnate, magari, dai bermuda a quadri Hot Buttered.

Diventava sempre più diffusa la pratica di andare al mare per passare la maggior parte del tempo, o comunque una parte considerevole dello stesso, al bar a bere il caffè. Gli stessi bar, inoltre, si attrezzavano per il pranzo con insalate, bistecche e piatti composti. L’altra grande innovazione portata dall’abusivismo edilizio dei baretti era che il Poetto diventava luogo cult anche per le tarde sere d’estate, non più covo di coppie in cerca di rifugio per la pomiciata selvaggia in macchina. Il Lido e il D’Aquila (La Rotondina) offrivano a tutti la possibilità di andare in discoteca in estate senza doversi spostare dalla città. Ben presto il Poetto si affermava come il fulcro della vita estiva cittadina, capace di offrire qualcosa per ogni momento della giornata e soprattutto per ogni tipo di utente: la famiglia, i giovani, i gaggi, i cremini, i podisti e così via.

Spinto dal basso e nonostante il terribile ripascimento che ci fa incazzare tutti i giorni, il Poetto nel XXI secolo ha esplorate le sue potenzialità. Le nuove tendenze mostrano fenomeni ancora da studiare, fra tutti il più curioso è quello di quei cremini che al D’Aquila passano letteralmente tutto il tempo al bar e, tenetevi forte, al chiuso. Future ricerche sul campo potranno fornire a questa storia un secondo capitolo.

Un pensiero su “Storia del Poetto nel XXI secolo.

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