40 e non più 40.

Che l’Italia non sia l’America è un’ovvietà e questa ovvietà si manifesta anche nel mondo sportivo. Non si tratta di pretendere che ogni anno ogni squadra abbia la stessa possibilità di vincere il campionato. Si tratta più semplicemente di dare ai tifosi una ragione per guardare le partite e questa ragione è, nel mondo del tifo medio, vincerle quelle partite. Il campionato, si sa, in Italia è prerogativa di poche squadre, ma ci sono altri traguardi che più o meno tutti potrebbero raggiungere.

Non so se sia colpa della morale cattolica e del suo ciò che ho conquistato è merito di Dio perché io non lo meritavo ma pare che più o meno tutte le squadre, escluse quelle due-tre che puntano in alto, vogliano raggiungere la quota 40, un po’ come quando era il massimo che la lira raggiungesse quota 90. Noi puntiamo alla salvezza, ovvero ai quaranta punti, questo è un po’ il leitmotiv delle squadre di periferia. Lo dice anche l’Udinese che non sarà il Real Madrid ma un po’ in più, nonostante schieri titolare Domizzi, potrebbe tirarsela.

Fra gli ammiratori della quota 40 di quasi-mussoliniana memoria c’è anche il Cagliari che potremmo ribattezzare la squadra invisibile. Onestamente ha un organico di valore troppo alto per poter retrocedere. Potrebbe osare qualcosa in più e talvolta, come nel 2010, si è trovato a bazzicare in golose posizioni di classifica. Ma, anno dopo anno, si classifica nella zona grigia, fuori dalla zona-coppe ma anche dalla zona-retrocessione. Nella zona della quale non frega un cazzo a nessuno, la zona che non fa notizia. Il palinsesto televisivo fra le 4 e le 6 del mattino seguito solo da operatori della finanza e amanti del fetish. Il Cagliari vive lì. Un tifoso del Cagliari potrà perciò, anno dopo anno, tifare perché la sua squadra arrivi a 43 o magari addirittura a 45 punti, ma non oltre. Raggiunta la quota ecco che si smette di giocare e che quindi passa la voglia di vedere le partite. L’Europa costa troppo dicono alcuni, non possiamo permettercela, oppure il Sant’Elia non può ospitare la Coppa. Viene da chiedersi allora perché la si iscriva la squadra al campionato se poi i soldi per mantenerla non ci sono. Ah no, già, si può mantenerla fino alla salvezza, poi ci si guarda in faccia e ci si dice: bene, anche quest’anno ci siamo meritati la paga, tiriamo in remi in barca e cominciamo a fare più tardi il sabato notte.

C’è una profonda tristezza in tutto ciò e non è la tristezza di vedere partite che hanno lo stesso agonismo del giovedì sera ai campi dell’Ossigeno. È la tristezza di quando realizzi che il Cagliari è l’impiegato statale del campionato di Serie A: ha il posto fisso e le ferie, e questo basta. Che è bello nella vita di tutti i giorni, soprattutto di questi tempi, ma non è piacevole quando si tratta di una cosa che si basa sulle emozioni.

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