Storia sociale della canadese.

La canadese, nota nel resto d’Italia come tuta da ginnastica, è un indumento polivalente. Nata per l’attività fisica, l’abbiamo vista indossata nei contesti più diversi e con abbinamenti da improvvisi colpi di sregolatezza. Ce l’aveva un nostro compagno delle medie il giorno della cresima, la indossava quella signora al supermercato con la scarpa col tacco, la metteva, giorno dopo giorno, anno dopo anno, quel personaggio della tua classe che puzzava da matti.

Va da sè che alle elementari la canadese diventa uno strumento o il primo strumento di emancipazione. I tuoi hanno deciso per anni come dovessi vestirti, per alcuni periodi eri impotente, ti era impossibile anche non cagarti addosso, figuriamoci operazioni leggermente più complesse. Poi è venuto il vasino, addirittura il gabinetto, ma ancora non eri libero. Sono iniziate le scuole e vuoi mettere che tu debba sfigurare? Sei costretto a indossare camicie, scarpe a modo, addirittura il cravattino. Poi ti viene comprata una canadese per l’educazione fisica e dentro ci stai da dio. Niente cinti, niente bretelle (quelle le riapprezzerai in seguito, dopo i 25), un elastico e un tessuto morbido che ti coccola e sembra dirti ehi, ehi, non ti lascerò mai. E allora la vuoi mettere sempre, la canadese, ed è così che ti emancipi e così che diventi padrone del tuo vestiario.

Ecco perché alle scuole medie una buona canadese è l’unico modo di sopravvivere. Poi negli anni ’90 la rivoluzione si colora di fucsia, verde e altri colori stravaganti. È un arcobaleno quello che descrive un mondo di giustizia sociale, la canadese democratica, la canadese in acetato. Non c’è altro modo per descriverla, le parole si ingarbugliano, sfuggono, non si trovano da quante ne hai in testa. Allora lo dico in maniera breve: erano incredibilmente brutte. Fuori l’acetato sapeva di busta della spazzatura un po’ più lavorata e dentro avevano un rivestimento felpato bianco. Colori scelti fra i più brutti, in assoluto, nella combinazione, nelle trame. Rombi, righe, accostamenti improbabili.

Foto di prima media. Facce un po’ spente, brutte montature di occhiali, le prime scarpe Nike ai piedi di qualcuno. Lì nell’angolo in alto a sinistra, nella fila in piedi c’è un vecchio viso conosciuto. Non se la passava per nulla bene, eppure eccola là, sopra di lui, la canadese in acetato. In ogni caso, gli anni ’90 erano proprio trash, quasi quanto gli ’80.

Superiori e nuovo decennio. Uniformarsi va bene ma con un certo riguardo: la canadese va indossata solo nei giorni di educazione fisica. Preferibilmente Adidas nera, con le strisce laterali colorate, oppure una di quelle Nike coi bottoni fino alla vita che ti chiedi a cosa mai serviranno se non per il classico scherzone del tu amico che te li apre tutti. C’è solo uno in classe che indossa la canadese: il soggetto, il jollone. Ce l’ha sempre, talvolta non si cura neanche di indossarla con le scarpe da tennis, ci mette sotto un scarponcino e va. In un nuovo contesto la canadese è diventata uno strumento di emarginazione sociale: non puoi sbagliare, chi la mette per andare a scuola è un jollone, teniamolo lontano che magari ci contagia.

Ma nell’universo cittadino, c’è un’altra persona che fa della canadese la sua divisa. È il gaggio. Solitamente del Milan, o al massimo del Manchester, comunque nera, la canadese è compagna di tutte le attività, dallo spaccio alla curva piegando dietro le case parcheggio. Ecco perché da Nike&Nike in via Sonnino è pieno di gaggi.

Il primo decennio del 2000 se ne va, la moda torna a cambiare e la canadese, prepotentemente chiede un ruolo di maggior spicco. Ricompare nelle scuole, anche nei giorni senza educazione fisica, soprattutto Adidas, quei modelli vintage in un tessuto simile all’acetato, un po’ lucente, veramente brutto. E a queste si affiancano modelli ancora più tradizionali, in felpa, con il tubo stretto e a volta con la scritta Carlsberg sul culo. Eccola, è tornata, è di nuovo cool.

Si fa presto ad essere nostalgici, a ricordarsi dell’emarginazione sociale e di quelle cose lì, a pensare a quanto fossero trash alcuni decenni della storia umana e a quanto sia facile tornarci. E allora vai a comprarti un paio di bretelle, che magari fai pace con il mondo.

Un pensiero su “Storia sociale della canadese.

  1. Mi chiedo se un giorno Cagliari farà pace anche coi Dickies, il pantalone non solo simbolo del ritorno in auge della cultura “Hippòp” a Cagliari ma soprattutto primo artefice della scomparsa delle canadesi negli anni 2000.

    “Ti sei preso i Dickies?” “Eya, da Saloon” “Solo fiamma. E da Sasha non sei passato?” “No, minca, Sasha è un pacco. Però non hai capito che ha gli skate che ci sono in Tony Hawk della PlayStation!”

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