58

Salgo sull’autobus, non lo facevo da qualche anno. Non è poi tanto pieno ma dimentico che è in posti come questi che può succedere sempre qualcosa e infatti sono distratto quando sento «ma glielo togliete quel cellulare? ma che cosa sta facendo?». Poi vedo un tipo bassottino, scuro di carnagione, odore di circoletto di periferia che con un cellulare in mano raccoglie materiale per chissà quale impresa. Lei si allontana ma quando, qualche fermata dopo, va verso le porte per uscire lui riprende con le foto. Lei s’incazza, un suo amico interviene, il tipo si alza. «Ma siediti» si sente da lontano «oppure fai qualcosa, ah?». A parlare è un altro frequentatore di circoli, sembra conoscerlo. Scendo e aspetto un altro autobus. Arriva, è grande quanto un furgoncino da nove posti ma dentro ci sono quaranta persone compressate come il tonno nella latta, c’è pure Mario Gatto. Una fermata dopo risale quello bassottino e scuro di carnagione. Si fa strada, si aggancia ai sostegni e passa qualche istante prima che riprenda il mormorio. «Ma te ne vai chi ses a fragh’e binu?» È una signora che si lamenta. Lui si fa vicino. Lei risponde «ma là che ti do una strempata di questo» e agita una busta. Interviene il marito, gli altri passeggeri li separano. Il confronto verbale continua, poi si fissano per un po’ ma la coppia scende. Lui cerca il supporto di qualcuno «ma non avevo fatto niente» però puzza tremendamente di vino.

Scende dall’autobus a Buoncammino e io, con il biglietto in mano, penso a Lombroso.

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